ranghetti

Paradise Lost


Sostando presso il mistero, indugiando nella contemplazione, perché Il mondo non offre che enigmi e l’artista è un’anima vagante in paesi sospesi.

Solo l’estasi temporale sa cogliere il colore autentico, mai dimenticato, dirompente ed incontenibile già in fuga sull’orizzonte senza limiti. Attraversando un colore perduto nell’assoluto che sovrasta e allo stesso te mio sprofonda

Un Non c’è nulla oltre la verità attraversando un colore perduto nell’assoluto che sovrasta e allo stesso tempo precipita dentro un’abissale.

Il colore è la concentrazione di un istante in un oceano di dissomiglianze.

Colore condensato in una sfida alla parola, narrazione cromatica. Amore per super-sensibilità delle superfici vibranti che si confidano solo con l’infinito.

L’epifania del colore è una genealogia di luci che si manifestano con un dispositivo di tensioni, di contro-canti cromatici, di onde disposte con una architettura compositiva razionale e strutturata fondata sulla preparazione analitica dell’artista. Guizzi e molecole di colore accostate tra loro per fondersi in una chimica originale della sensazione cromatica.

Alfabeti cromatici condensati in gesti esplosi nell’irrompere del dire, del sovra-scrivere, dell’esprimere alla potenza, la volontà di confondersi con la materia indelebile della pittura.

L’estrema grazia del tocco pittorico dell’artista consente di imprimere nel mondo il segno della propria libertà.

Il colore è vibrazione generata per sottrazione, rimbalzo, rifrazione, scaturita dall’urto con l’iceberg di cristallo, un diamante di luce scheggiato dall’urto con l’accecante bagliore della vita.

La luce non è mai in ozio, l’occhio dell’artista non è mai sazio delle insondabili variazioni cromatiche della luce. la vera intelligenza del pittore è intuire che è l’anima interna del colore a decidere in modo naturale dove andare a gettarsi, dove andare a situarsi nella tela arricchendo la composizione di una sostanza vivente esaltando la risonanza, la dissonanza, i giochi di luminescenza superficiale, le emozioni e le allusioni, evocando l’imprendibile, la bellezza infinita della variazione e dell’armonia.

Il colore nell’universo poetico di Giovanni Masuno assume una dimensione concettuale di riconfigurazione di senso e ridefinizione di coordinate morali, perché un colore non è mai neutro, non è mai muto e riflette anche una attitudine non solo estetica ed emozionale ma anche morale.

Il colore per Masuno non è solo atmosfera psicologica, allegoria in veste cromatica, emozione, ma è una cifra narrativa nel senso che diventa lo strumento di un racconto di gradazioni, di variazioni, di timbriche che si strutturano e si intrecciano tra loro in un plot narrativo dove è l’immagine stessa ad essere colori.

Il ciclo sulle ali è un racconto poetico, una pittura lirica neo-simbolista dove il colore non serve a enfatizzare il disegno, ma è il colore stesso a manifestarsi come ontologia e epifania di se stesso.

È il colore stesso a stabilire il carattere metafisico e spiritualista di ali imbevute di una essenza cromatica che è una variazione della malinconia dello sguardo poetico, una metafora dell’assenza dello spirito, la perdita della metafisica nella società contemporanea, la perdita di una possibile connessione con la dimensione spirituale, trascendente dell’esistenza.

Addensamenti di nebulose di colore spirituale, gradazioni di nuvole evanescenti, di nebbie malinconiche. La bellezza – sembra suggerire Masuno – sembra potersi rifugiare o consolare solo nello spirituale.

Sono ali paradossali, ispirate dalla grande poesia mitteleuropea, da Rilke ma anche dal cinema di Wim Wenders e ad artisti come Anselm Kiefer che racconta il carattere spirituale degli angeli e dei libri, ma anche dalle ali antropomorfe e pronte ad essere indossate per consentire un volo pindarico, un tentativo di innalzarsi ad una prospettiva aerea, una sguardo panoramico sui dolori dell’esistenza.

Come Ariel che aleggia sulla Tempesta di Shakespeare.

Figure spirituali, pervase di delicatezza senza fine, colme di pensieri ed emozioni inespresse.

Specchio profondo ed oscuro in cui appaiono misteriose ali incantate perdute, forse cadute dal cielo come in una misteriosa muta di creature desiderose di cambiare regno, dal regno della carne a quello dello spirito.

L’immagine guida nella mente dell’artista non è tanto una previsione fedele una mimesi realistica ma lo scheletro strutturale, la configurazione di forze visive che determina il correlativo oggettivo visivo, per questo la pittura di Masuno appartiene ad una post-pittura figurativa simbolista che mentre si trattiene ancora nel luogo della raffigurazione esercita una riflessione analitica sul senso culturale dei simboli, degli archetipi del profondo, e allo stesso tempo sulla pratica della pittura, sulla consistenza ontologica e visiva del colore come vettore di senso e di significato dell’immagine.

Sono ali dismesse, forse abbandonate, ali prive dei loro proprietari scomparsi.

Una dimensione di purezza e di eternità non separata non lontana dal suolo ma attraversata da una amicizia per l’umano, una dimensione angelica come delle creature alate che vivono sulla soglia, a stretto contatto con la divinità, ma ancora in stretta relazione con il suolo.

Gli angeli sono creature ibride che mettono a contatto mondi diversi, che rendono possibile uno sguardo amico, una visione allegorica e spirituale che non si dimentica della condizione umana.

Quella di Giovanni Masuno è pittura che assume le vesti della filosofia, dell’investigazione ontologica sul senso dell’essere: l’arte diventa perciò una condensazione di strati di senso, una allegoria, un modo si apparire dei significati che intende comporre un ordine differente ai misteri dell’essere, con la bellezza disvelata da simboli come geroglifici da interpretare.

 Vittorio Raschetti